martedì 12 dicembre 2017

0 "Cos'è questo golpe? Io so" di Pier Paolo Pasolini


                         

 IO SO

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli. Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile. Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi. Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere. Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro. Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo. La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto. L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento. Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire. Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italianaE io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista. Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi. Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

Read More...

0 Piazza Fontana, una ferita aperta.

Milano, 12 dicembre 1969, ore 17:37.  Un boato nella Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana, a pochi passi dal Duomo. I telefoni squillano all’impazzata. Sembra sia scoppiata una caldai, e invece la voragine nel pavimento è causata da una bomba con sette chili di tritolo, che fa 16 morti e 88 feriti. Un altro ordigno, inesploso, viene rinvenuto in Piazza della Scala.

Le indagini si concentrano fin da subito sull’area anarchica, con il fermo di Giuseppe Pinelli, che verrà poi assassinato nei locali della Questura tre giorni dopo, precipitando “misteriosamente” dalla finestra del quarto piano. In seguito viene arrestato Pietro Valpreda, poi rilasciato, essendo estraneo ai fatti. La situazione è confusa ma alcuni hanno già capito; tira una brutta aria a Milano, qualcosa dopo il 12 dicembre è cambiato.

In seguito si smaschereranno le responsabilità della destra neofascista come esecutrice materiale di questa strage e di quelle che poi sono seguite e dello Stato Italiano (non solo ma anche la Nato) come mandante.

Dal punto di vista giuridico la la Corte di Cassazione ha definitivamente chiuso il caso senza aver trovato, ne’ condannato nessuno. l’obbligo del pagamento delle spese processuali da parte dei parenti delle vittime.

Durante l’autunno del ’69, il cosiddetto Autunno Caldo, migliaia di operai hanno sfilato per le strade di tutta Italia ed in particolare di Milano, uno dei più importanti centri industriali ed economici. La bomba scoppiata nella Banca Nazionale dell’Agricoltura è una bomba di Stato contro i lavoratori.

La strage di Piazza Fontana e la strategia della tensione costituiscono un  insegnamento, specialmente per le giovani generazioni. E’ importante riflettere sul rapporto fra democrazia (borghese) e reazione autoritaria. Di fronte ad una perdita di potere o di consenso lo Stato democratico ha utilizzato i neofascisti per rilegittimarsi. La democrazia
La gioventù comunista deve essere cosciente della necessità della democrazia come migliore campo per condurre la lotta di classe, per la costruzione dell’organizzazione e la preparazione delle condizioni necessarie al superamento del capitalismo. E’ altresì opportuno considerare sempre la reazione da parte dello Stato borghese tramite il braccio armato costituito dai fascisti. Lottare contro il capitalismo significa lottare anche contro il neofascismo. C’è tuttavia il rischio di invertire i termini di questa frase e quindi di assumere l’antifascismo come base comune (questo può essere facilmente osservato nell’area della “sinistra” che ha abbandonato ormai ogni riferimento ad una visione classista), abbandonando la prospettiva rivoluzionaria della lotta di classe.

Quella di Piazza Fontana è una ferita ancora aperta che non può essere rimarginata. Una ferita che la giustizia borghese ha inutilmente voluto archiviare ma che non sarà dimenticata.


 di Alessandro Fiorucci
Read More...

0 La ballata del Pinelli 12 Dicembre 1966

Read More...

sabato 9 dicembre 2017

0 Joe Bonamassa with Beth Hart - I'll Take Care of You

Read More...

venerdì 1 dicembre 2017

0 Alle origini della protesta catalana

Focus Storia n. 134, dicembre 2017
“Ascolta Spagna, la voce di un figlio/ che ti parla in voce non castigliana/ ti parlo nella lingua che mi ha insegnato questa terra aspra/ in questa lingua con cui pochi ti parlano/ Dove sei Spagna? Non riesco a vederti/ Non senti la mia voce tonante?/ Non senti questa lingua che ti parlo?/ Forse hai smesso di capire i tuoi figli?/ Addio, Spagna!”. Nel 1898, questi versi del grande poeta catalano Joan Maragall suonarono come il definitivo atto di sfida nei confronti del centralismo spagnolo. Maragall era uno dei principali esponenti della “Renaixença” (“Rinascimento”), la corrente letteraria nata alla fine del XIX secolo per riscattare la letteratura catalana da una lunga fase di decadenza. Dopo la guerra di successione spagnola (1701-1714), le antiche istituzioni catalane erano state soppresse, causando anche la progressiva decadenza della lingua. Quel movimento letterario fu la scintilla del moderno nazionalismo catalano, che individuò in una data – l’11 settembre 1714 – l’inizio della propria rinascita. Quel giorno la città di Barcellona, dopo quattordici mesi d’assedio, era stata riconquistata dalle truppe spagnole del duca di Berwick, ponendo fine a una lunga guerra di successione che aveva coinvolto anche le grandi potenze del Vecchio continente. Dopo aver sconfitto il pretendente al trono, Carlo d’Asburgo, il nuovo re Filippo V di Borbone dette vita a uno stato centralista simile a quello francese. Per punire i “traditori” catalani – colpevoli di aver appoggiato il nemico – impose i Decreti di Nueva Planta che cancellarono la sovranità politica della Catalogna e posero fine al suo autogoverno di origine medievale. Il catalano, fino a quel momento considerato la lingua ufficiale della regione, fu privato di ogni validità legale e conobbe, da quel momento in poi, un lento e inesorabile declino. I moderni nazionalisti catalani hanno dunque identificato lo spartiacque della loro lotta con la data di un’epocale sconfitta: per ricordare il giorno in cui la Coronela, la milizia incaricata di difendere Barcellona, venne costretta alla resa nel 1714, l’11 settembre di ogni anno in Catalogna si celebra la “Diada” (la festa nazionale catalana) e al minuto 17 delle partite di calcio del Barcellona i tifosi della squadra blaugrana intonano cori per l’indipendenza.
 Il termine “Catalonia” è comparso per la prima volta nel XII secolo all’interno del Liber Maiolichinus, una cronaca epica medievale che narrava in latino le gesta di Ramón Berenguer III, considerato il primo eroe catalano della storia. Per secoli il territorio fece parte del Regno d’Aragona, la cui struttura tripartita (Aragona, Catalogna e Valencia) lasciava spazio a una parziale autonomia. I primi contrasti nacquero alla fine del XV secolo, in seguito all’unificazione delle corone di Castiglia e Aragona e alla conclusione della Reconquista nel 1492. Il paese iberico fu unito, ma in condizioni diverse da quelle altamente centralizzate di altri stati contemporanei, a cominciare dalla Francia. La capitale fu stabilita in via definitiva a Madrid soltanto alla metà del secolo successivo: fino ad allora la corte si riunì a Toledo e in altre città, mentre le comunità locali godevano di un ampio grado di autonomia dal quale scaturivano spesso conflitti col potere centrale. Nel 1518, ad esempio, per contrastare il potere mercantile di Barcellona, la Corona di Spagna le vietò di commerciare direttamente con l’America. Ma fu alla metà del XVII secolo che i contadini catalani si sollevarono contro le tasse imposte da Madrid, proclamando l’indipendenza e facendo scoppiare un lungo e cruento conflitto. La rivolta divampò nel giorno del Corpus Domini del 1640, causando la morte del viceré spagnolo e di molti funzionari e giudici; nel gennaio dell’anno successivo il presidente della Generalitat de Catalunya, Pau Claris i Casademunt, proclamò la repubblica catalana indipendente sotto il protettorato della Francia. Da quel momento in poi, la Catalogna divenne il campo di battaglia tra francesi e spagnoli all’interno della Guerra dei trent’anni finché, nel 1652, gli eserciti di Filippo IV di Spagna non prevalsero sulle truppe franco-catalane riconquistando il territorio intorno a Barcellona. Oggi, i sostenitori della separazione dalla Spagna sostengono che già in epoca medievale la Catalogna avesse sperimentato forme di sovranità e indipendenza, ad esempio con le corti catalane create durante l’Impero Carolingio, alle quali fu riconosciuta una sovranità di fatto che durò per secoli e terminò nel fatale 1714. Ma molti storici ritengono che associare l’esperienza delle “contee” di epoca Carolingia al moderno concetto d’indipendenza auspicato dagli indipendentisti rappresenti una forzatura.
Resta il fatto che da quell’11 settembre di tre secoli fa, incastrare la “nazione” catalana all’interno della Spagna è sempre stato molto difficile e i problemi sono aumentati nella seconda metà del XIX secolo, ai tempi dell’industrializzazione, con la nascita del moderno nazionalismo catalano. “Essere catalano è la maggior fortuna di fronte all’avvenire”, sosteneva uno dei più famosi figli di Catalogna di sempre, il grande pittore surrealista Salvador Dalì. Nel 1931 fu fondato quello che è ancora oggi il più antico partito indipendentista catalano in attività, l’Esquerra Republicana de Catalunya (Sinistra repubblicana di Catalogna) il cui primo leader, Lluis Companys, è stato anche l’ultimo presidente del governo autonomo che proclamò l’indipendenza dello stato catalano. “In nome del popolo e del parlamento – dichiarò la sera del 6 ottobre 1934 – il governo che presiedo si assume tutte le cariche del potere e, serrando i ranghi di coloro che sono uniti nella comune protesta contro il fascismo, li invita a sostenere il governo provvisorio della repubblica catalana”. L’indipendenza durò in realtà soltanto poche ore: la mattina dopo le truppe spagnole fecero irruzione nel palazzo del governo catalano e scatenarono una dura repressione che portò in carcere circa tremila persone. Barcellona sarebbe diventata una roccaforte repubblicana nella guerra civile che scoppiò di lì a poco, e Companys fu costretto a rifugiarsi in Francia. Nel 1940 venne catturato dalla Gestapo hitleriana e consegnato ai franchisti, che lo fucilarono all’interno della fortezza di Montjuic, a Barcellona, dichiarando la Catalogna “una regione nemica”.
Durante il successivo regime del generale Francisco Franco (1939-1975), la repressione di tutte autonomie locali spagnole raggiunse livelli parossistici: l’autogoverno catalano fu abolito e tutti i simboli della Catalogna furono soppressi a cominciare dalla lingua, il cui uso divenne illegale, con dure pene carcerarie per chi la parlava in pubblico. Lo statuto d’autonomia fu ripristinato soltanto nel 1979, dopo la morte di Franco e la fine della dittatura. È rimasto in vigore fino al 2006, quando i catalani hanno approvato con un referendum un nuovo statuto che garantisce alla “nazione” catalana maggiori poteri, soprattutto in campo finanziario. Ma quattro anni dopo, la Corte Costituzionale spagnola ha dichiarato l’incostituzionalità di diversi articoli del nuovo statuto, affermando che il diritto internazionale prevede l’autodeterminazione soltanto in caso di dominio coloniale o di occupazione straniera. Il governo autonomo ha respinto la decisione del tribunale, accusando i giudici di essere al servizio dell’esecutivo di Madrid e l’11 settembre 2012, in occasione della tradizionale festa della “Diada”, circa due milioni di persone sono scese in piazza a Barcellona dietro allo striscione “Catalogna, nuovo stato d’Europa”, in quella che è considerata la più grande manifestazione indipendentista dalla fine del franchismo. Due anni più tardi le rivendicazioni catalane hanno trovato sfogo nel primo referendum per l’autodeterminazione che, pur anch’esso dichiarato illegittimo dal tribunale costituzionale spagnolo, vide la partecipazione di circa il 36% degli elettori, circa l’81% dei quali si espresse a favore di un’indipendenza che intreccia elementi storici, culturali, economici e politici. Da allora si sono susseguite le mobilitazioni ma è mancato fatalmente il dialogo politico, da entrambe le parti, con le conseguenze che abbiamo visto nelle ultime settimane.
Read More...

0 Ci hanno impedito di abbracciare Leila, non ci impediranno di ascoltare la sua voce e quella di tutti i popoli oppressi

Napoli non si piega al nazismo. Non lo fece nemmeno quando, unica città in Italia, in quattro giorni cacciò via i nazisti tedeschi, nel 1943. "Adesso vi facciamo vedere noi chi sono i Napoletani".



Ieri, i rappresentanti napoletani delle forze amiche del popolo palestinese, hanno deciso quanto segue:


 CI HANNO IMPEDITO DI ABBRACCIARE LEILA, NON CI IMPEDIRANNO DI ASCOLTARE LA SUA VOCE E QUELLA DI TUTTI I POPOLI OPPRESSI
Lunedì pomeriggio la compagna Leila Khaled, membro dell'Ufficio Politico del FPLP e simbolo della Resistenza del Popolo Palestinese, è stata fermata all'aeroporto di Fiumicino ed espulsa dal governo italiano. La motivazione ufficiale è l'irregolarità del visto valido per l'UE di cui era in possesso. La verità è che il governo italiano si è dimostrato nuovamente accondiscendente nei confronti degli interessi sionisti. Non si spiegherebbe, infatti, perché lo stesso visto abbia permesso a Leila Khaled di entrare in Spagna e Belgio (dove è anche intervenuta al parlamento europeo). Non è un caso, infatti, che la richiesta di impedire a Leila Khaled di prendere parte alle inziative programmate in differenti città italiane sia giunta proprio dal ministero della difesa israeliano, come riportato da alcuni giornali già una settimana fa. Senza dimenticare il fastidioso cicaleccio di personaggetti della politica locale quali Carfagna e Valente che non dovrebbero neanche permettersi di nominare una protagonista della Resistenza dei popoli di una simile statura, quale Leila Khaled.
Dopo la provocazione del "Giro", il governo italiano dà ancora una volta prova di quanto sfacciatamente sostenga il processo di normalizzazione dell'occupazione israeliana e di isolamento del popolo palestinese. Il sostegno allo stato israeliano vuol dire sostegno alle politiche razziste, assassine e di apartheid che non possiamo tollerare. Non possiamo indietreggiare innanzi a queste decisioni.
Ribadiamo la nostra intenzione di dar luogo all'iniziativa prevista per lunedì 4 dicembre (presso la Facoltà Federico II Via Marina, 33 - Aula A4 ore 17:30).
Leila Khaled parlerà alla città di Napoli in videoconferenza.
Con la Resistenza del Popolo Palestinese, sempre.



Notizia del:
Read More...

giovedì 30 novembre 2017

0 Il 30 novembre 1892 nasce a Roma l’Anarchico Ennio Mattias.

Il 30 novembre 1892 nasce a Roma l’Anarchico Ennio Mattias. Individualista, propagandista dell’ateismo. Appena sedicenne partecipa ad un comizio di studenti in solidarietà con uno sciopero operaio nella capitale, attacca la monarchia e lacera il tricolore. Per tale gesto viene espulso da tutte le scuole del regno. Da quel momento aderisce al movimento Anarchico. Nella primavera del 1914 è arrestato per aver partecipato ai moti durante la Settimana Rossa, e incriminato per apologia d'insurrezione. Il 15 marzo 1918 il tribunale militare di guerra lo processa per vari reati (attacco e resistenza alla forza pubblica, insubordinazione, insulti e diserzione) commessi con altri Anarchici nel 1917 in seguito alla rivolta di Torino, condannandolo a 6 anni. Nel 1921 è tra i promotori della costituzione degli Arditi del Popolo a La Spezia e Sarzana. Minacciato di morte dai fascisti spezzini, riesce a varcare la frontiera e si stabilisce in Francia, dove continua a svolgere attività di propaganda. Il governo francese ne dispone l’espulsione nell’agosto del 1927, e lo consegna in manette alla polizia di frontiera belga. Dopo una breve permanenza a Liegi, decide di rientrare clandestinamente in Francia ma viene arrestato a Le Havre e rimane in carcere per un mese. Nel settembre del 1939 rientra in Italia dove le persecuzioni poliziesche e le continue minacce lo costringono a sopravvivere semiclandestinamente in condizioni fisiche assai precarie. Nel 1945 è attivo nella ripresa del movimento Anarchico. Collabora all’edizione romana di Umanità Nova e alle testate di Controcorrente di Boston, Le Combat syndicaliste organo della Confederation national du Travail, e Il Corvo, giornale antireligioso edito a Livorno. Subito dopo il 1968, entra in contatto con gli esponenti universitari del nascente Movimento, che, grazie a lui, possono conoscere ed ascoltare gli ultimi eredi degli Anarchici “Malatestiani”. Dopo Piazza Fontana, s'impegna nella campagna contro la strage di stato; su L’Anarchie, n. 79, del febbraio 1970, denuncia la matrice fascista e poliziesca degli attentati di Milano e Roma del 12 dicembre 1969 e l'assassinio di Giuseppe Pinelli. Sottoscrive anche la Lettera aperta sul Caso Pinelli, pubblicata su L'Espresso del 13 giugno 1971, in cui si indica il commissario calabresi come responsabile della morte del ferroviere Anarchico. E’ uno dei fondatori del gruppo Lanterna Rossa, nel quartiere Quadraro-Cinecittà; uno dei primi movimenti politici controculturali di aggregazione sorti nella periferia romana. Nel novembre 1974, rimane paralizzato e quindi bloccato presso la propria abitazione, ma continua il suo lavoro di pubblicista. Muore il 25 maggio 1975 a Roma. A “LANTERNA ROSSA” Ennio Mattias dona il suo archivio di testi, pubblicazioni, fotografie, manifesti ed altro sul pensiero e la storia Anarchica accumulati nel corso della sua vita, a partire dal primo decennio del secolo scorso. Alla sua morte, i compagni di Lanterna Rossa si occupano della cremazione del suo corpo, offrendo all’uomo ateo, simbolo della coerenza politica ed ideologica del passato, l’addio più consono a quella che era stata la sua vita.
 Ⓐ Walter Ranieri

Read More...

I RIBELLI

I RIBELLI

Popular Posts

Blogger templates

 

Blogroll

About