lunedì 19 febbraio 2018

0 ZSK - Antifascista

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domenica 18 febbraio 2018

0 18 FEBBRAIO 1943 venivano arrestati i giovani ragazzi della "LA ROSA BIANCA"

"Noi non taceremo, noi siamo la voce della vostra cattiva coscienza; la ROSA BIANCA non vi darà pace".

«Non dovrebbe ogni uomo, in qualunque epoca viva, ragionare continuamente come se un istante dopo dovesse essere portato davanti a Dio per il giudizio?"
La Rosa Bianca è il nome di un gruppo di studenti tedeschi che pagarono con la vita la loro opposizione al regime nazista. La Weiße Rose era composta da Hans Scholl, sua sorella Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf, tutti poco più che ventenni, cui si unì successivamente il professor Kurt Huber.
Hans Scholl nasce il 22 settembre 1918 a Ingersheim, da Robert Scholl, sindaco della cittadina, liberale, pacifista e anti-nazionalista, e Magdalene Müller, infermiera. Un anno prima era nata Inge, e successivamente alla famiglia si aggiungeranno Elisabeth, nel 1920, Sophie, nata a Forchtenberg il 9 maggio 1921, Werner, nato nel 1922, Thilde, nata nel 1925 e vissuta pochi mesi. Agli Scholl appartiene di fatto anche il piccolo Ernst, rimasto orfano di madre.
Il protestantesimo convinto della madre porta i figli ad avvicinarsi alla religione e a frequentare la chiesa.
Nel settembre 1930, alle elezioni per il Parlamento, il Partito Nazionalsocialista ottiene il primo di una serie di successi, che l'avrebbero portato in meno di tre anni a conquistare il potere. Sono tempi di crisi economica, che provoca una disastrosa inflazione, la svalutazione del marco e un'altissima disoccupazione.
Nel 1932 la famiglia si trasferisce a Ulm.
Nonostante la contrarietà del padre, anche Hans, Inge e Sophie Scholl subiscono il fascino della propaganda del regime e iniziano a partecipare alle attività delle organizzazioni giovanili naziste, a cominciare dalla Hitler-Jugend, la Gioventù Hitleriana. Tuttavia, dopo un paio di anni, se ne allontanano, avendo compreso che non sono quegli spazi di realizzazione personale e comunitaria che avevano inizialmente immaginato.
Hans si accosta quindi alla dj.1.11, fondata da Eberhard Köbel, detto Tusk, un gruppo giovanile vietato dal regime, che coltiva il mito dei popoli del grande nord, dei lapponi e dei russi, e propone il lungo viaggio come strumento di ricerca della propria dimensione. Ciò porta, nel 1937, all'arresto di Hans, Inge, Werner e Sophie, che verranno poi rilasciati, non potendosi provare la loro appartenenza ai movimenti vietati.
All'allontanamento degli Scholl dalle idee naziste contribuisce la vasta preparazione culturale che acquisiscono nel loro cammino di ricerca umana e spirituale. Leggono Platone, Aristotele, Agostino, Anselmo di Canterbury, Abelardo, Tommaso d'Aquino, Pascal, Kierkegaard, Newman, Maritain, Bernanos, Nietzsche, Dostoevskij, Tommaso Moro, Lao-Tze, scritti buddhisti e confuciani, il Corano, e tanti altri testi. Ma al centro della loro attenzione restano il Vangelo e le ragioni di un cristianesimo depurato dai compromessi con il potere. La lettura degli autori del rinnovamento cattolico francese, sarà alla base del loro progressivo avvicinamento al cattolicesimo.
Ad influenzare le loro scelte è anche l'amicizia con Otto (Otl) Aicher, che vive a Söflingen, un quartiere in cui è presente una forte resistenza cattolica al nazismo, animata dal parroco Franz Weiss. Otl diffonde le idee del Quickborn (Sorgente di vita), un movimento cattolico guidato da Romano Guardini, che si propone di rinnovare la liturgia e la concezione della Chiesa, vede solo in Cristo la guida della gioventù e proclama il triplice diritto dei giovani nella formula «Gioventù, Libertà e Gioia».
Nel 1937 comincia il rapporto sentimentale ed epistolare tra Sophie e Fritz Hartnagel, allievo della scuola ufficiali di guerra a Potsdam e poi ufficiale in servizio attivo su diversi fronti della seconda guerra mondiale. Pur volendo rimanere fedele al suo compito, Fritz condivide lo stesso desiderio di giustizia e libertà di Sophie, che lo porterà ad abbracciare idealmente le ragioni della resistenza.
Il 12 marzo 1938 le truppe tedesche entrano in Austria, che viene annessa al Reich. In maggio Hitler minaccia la Cecoslovacchia, reclamando il territorio dei Sudeti. In settembre le potenze europee firmano l'accordo di Monaco, che dà il via libera all'annessione dei Sudeti. Il 1° ottobre comincia l'occupazione dei territori da parte delle truppe tedesche. Il 15 marzo 1939 la Germania invade la Cecoslovacchia. Il 23 agosto 1939 viene firmato il patto di non aggressione Hitler-Stalin e il 1° settembre, con l'invasione della Polonia, comincia la seconda guerra mondiale.
La primavera del 1941 è l'anno dell'incontro dei membri della futura Rosa Bianca con Carl Muth e Theodor Haecker, due intellettuali cattolici anti-nazisti, il cui pensiero influenzerà molto le scelte di resistenza del gruppo.
A dare ad Hans l'idea dei futuri volantini è probabile che sia stato l'arrivo in casa Scholl dei fogli clandestini con le prediche e le lettere pastorali del vescovo cattolico di Münster Clemens August von Galen, che si schiera coraggiosamente contro il nazismo.
Nel giugno 1941, inizia l'attacco all'Unione Sovietica.
Nel gennaio 1942 il padre degli Scholl, Robert, è denunciato da una sua impiegata per aver definito Hitler «un flagello di Dio» e per aver detto che la guerra alla Russia è un massacro insensato e che i sovietici avrebbero finito per conquistare Berlino. Prelevato dalla Gestapo e interrogato, viene rilasciato, ma successivamente verrà condannato a quattro mesi di carcere, che significheranno anche la rovina economica della famiglia.
All'inizio di maggio 1942, Sophie Scholl si trasferisce a Monaco per iniziare a frequentare l'Università, e qui conosce le persone con cui condividerà le sorti della Rosa Bianca: i commilitoni di suo fratello nella seconda compagnia studentesca Willi Graf e Alexander Schmorell, l'amico di quest’ultimo Christoph Probst, e il professor Kurt Huber, che tiene un corso di filosofia su Leibniz.
I primi quattro volantini della Rosa Bianca sono scritti a macchina da Hans Scholl e Alexander Schmorell, ciclostilati e spediti in qualche centinaio di copie, tra il 27 giugno e il 12 luglio 1942, a indirizzi scelti a caso negli elenchi telefonici, privilegiando professori e intellettuali, o lasciati in locali pubblici, alle fermate dell'autobus, nelle cabine telefoniche, o gettati dai tram di notte.
Subito la Gestapo si mette a indagare sugli autori degli scritti, senza esito.
Nell'estate 1942, Hans Scholl, Schmorell e Graf partono per un tirocinio medico di tre mesi sul fronte russo, un viaggio attraverso la Polonia che li rende ulteriormente consapevoli degli orrori della guerra, e fa loro conoscere la grandezza del popolo russo e dei suoi intellettuali.
Rientrati a Monaco, nelle notti del 1, 8 e 15 febbraio 1943, i membri della Rosa Bianca scrivono sui muri dell'Università e di altri edifici un'ottantina di slogan anti-hitleriani.
Distribuiscono un quinto volantino, firmato «Movimento di resistenza in Germania», cui collabora anche Kurt Huber, l'unico professore di Monaco che osa fare commenti anti-nazisti nelle sue lezioni, autore anche del volantino successivo.
Il 18 febbraio 1943 Hans e Sophie Scholl si recano all'Università con una valigia contenente 1500 copie del sesto volantino, da distribuire clandestinamente. Dopo averli diffusi per i vari piani dell'edificio, Sophie dà una spinta ad una risma di volantini appoggiata sulla balaustra del secondo piano, che volano nell'atrio. Un impiegato dell'Università li nota e li ferma, portandoli dal rettore, senza che essi oppongano resistenza. Vengono arrestati. Nel giro di pochi giorni, la stessa sorte tocca agli altri membri della Rosa Bianca e a circa ottanta persone ad essi anche lontanamente collegate.
I funzionari della Gestapo che interrogano Sophie rimangono sorpresi dal coraggio e dalla determinazione con cui la ragazza rivendica le proprie ragioni di dissenso dal nazismo e ammette le responsabilità sue e del fratello, che pure ha confessato, cercando di attribuirle interamente ad entrambi per scagionare gli altri membri della Rosa Bianca.
I fratelli Scholl e Cristoph Probst vengono processati a Monaco il 22 febbraio 1943. Dichiara Sophie durante il processo: «Sono in tanti a pensare quello che noi abbiamo detto e scritto; solo che non osano esprimerlo a parole». Dopo cinque ore, il giudice Roland Freisler emette il verdetto: «In nome del popolo tedesco. Nel processo contro 1) Hans Fritz Scholl 2) Sophia Magdalena Scholl 3) Christoph Hermann Probst attualmente detenuti in attesa di giudizio in questo processo per favoreggiamento antipatriottico del nemico, preparazione di alto tradimento, demoralizzazione delle forze armate, il tribunale del popolo, prima sezione [...], riconosciuto in diritto che: Gli imputati, in tempo di guerra, attraverso volantini hanno propagandato idee disfattiste, fatto appello al sabotaggio dell'organizzazione militare e all'abbattimento del sistema di vita nazionalsocialista del nostro popolo e insultato il Führer nel mondo più infame e con ciò favorito il nemico del Reich e demoralizzato le nostre forze armate. Essi vengono perciò puniti con la morte. Essi hanno perduto per sempre i loro diritti civili».
Christoph riceve il battesimo, la comunione e l'estrema unzione dal cappellano cattolico Heinrich Sperr, e scrive alla madre: «Ti ringrazio di avermi dato la vita. A pensarci bene, non è stata che un cammino verso Dio». Anche Hans e Sophie avrebbero voluto un prete cattolico, ma poi si confessano e celebrano la santa cena con il cappellano evangelico Karl Alt, cui Hans chiede di leggere il Salmo 89 («Rendici la gioia per i giorni di afflizione, per gli anni in cui abbiamo visto la sventura») e il passo della prima Lettera ai Corinzi (13, 1-12): «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità...». Ai fratelli Scholl viene permesso un ultimo e breve incontro con i genitori.
Racconterà uno dei secondini: «Si sono comportati con coraggio fantastico. Tutto il carcere ne fu impressionato. Perciò ci siamo accollati il rischio di riunire ancora una volta i tre condannati, un momento prima dell'esecuzione capitale. Volevamo che potessero fumare ancora una sigaretta insieme. Non furono che pochi minuti, ma credo che abbiano rappresentato un gran regalo per loro».
«Fra pochi minuti ci rivedremo nell'eternità», dice Christoph Probst. Poi vengono condotti alla ghigliottina, senza battere ciglio. Il boia dirà di non avere mai veduto nessuno morire così. «Viva la libertà», grida Hans Scholl mentre lo portano al patibolo.
Il 19 aprile 1943 vengono processati Alexander Schmorell, Willi Graf e Kurt Huber, che saranno condannati a morte e ghigliottinati nei mesi successivi.
Amici e colleghi, che li avevano aiutati nella preparazione e distribuzione degli opuscoli, e avevano raccolto fondi per la vedova e i figli di Probst, vengono condannati al carcere per periodi oscillanti tra i sei mesi e i dieci anni.
Robert Mohr, il funzionario della Gestapo che ha condotto l'interrogatorio di Sophie, e che in seguito si dimetterà e rientrerà nella polizia criminale, dichiarerà dopo la guerra: «Fino alla loro amara fine Sophie e Hans Scholl conservarono un atteggiamento che può definirsi eccezionale. Entrambi in sintonia dichiararono il senso delle loro azioni: avevano avuto come unico scopo evitare alla Germania una sventura ancora più grande e contribuire forse, da parte loro, a salvare la vita di centinaia di migliaia di soldati tedeschi, perché quando si tratta della salvezza o della rovina di un intero popolo non c'è mezzo o sacrificio che possa apparire troppo grande. Sophie e Hans Scholl furono sino all'ultimo convinti che il loro sacrificio non era stato inutile».
La piazza dove è ubicato l'atrio principale dell'Università Ludwig-Maximilian di Monaco è stata chiamata Geschwister-Scholl-Platz in memoria di Hans e Sophie Scholl.
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venerdì 9 febbraio 2018

0 Il ritorno del fascismo è figlio del liberismo e ha molti complici

Il killer nazifascista di Macerata ha ottenuto un successo travolgente. Il dibattito ufficiale minimizza la gravità del suo crimine, ignora le sue vittime e si concentra tutto sul "disagio sociale" provocato dai migranti. Credo che, nella Germania dove nasceva il nazismo, verso gli ebrei fosse lo stesso. Le parole più inquietanti non le ha dette il fascista Salvini, ma il ministro Minniti. Egli infatti ha affermato che nessuno debba farsi giustizia da solo. Giustizia? Sparare a persone individuate solo per il colore della pelle, per il ministro degli interni sarebbe dunque una forma distorta di giustizia. Che magari dovrebbe essere lasciata allo stato. Minniti e tutti gli esponenti del governo non hanno mai usato la parola razzismo, né tantomeno la parola fascismo, per la tentata strage di Macerata.

Lo stesso hanno fatto i mass media, che pure mostrano il Mein Kampf e i simboli nazifascisti dello sparatore e fanno cronaca del suo saluto romano, ma comunque mai usano la parola fascista. Bisogna andare sulla stampa estera per trovare questa parola, nei titoli che annunciano quanto accaduto da noi, che tra l'altro viene presentato come il primo atto di quel terrorismo che insanguina il resto d'Europa. Terrorismo fascista e razzista in Italia? Quando mai, il problema sono i migranti dicono tutti, rinfacciandosi l'un l'altro di non saperlo affrontare. Traini ha già vinto.

Salvini e Casapound affermano che in Italia non c'è nessun rischio fascista e che chi usa questa parola lo fa solo per ragioni strumentali. Non è una novità, dal 1945 i fascisti si sono sempre mascherati in vario modo, spesso reagendo sdegnosamente a chi ricordava loro chi realmente fossero. Negli anni 70 mettevano le bombe e mai le rivendicavano. Ci pensava lo stato a coprirli e ad indirizzare altrove l'opinione pubblica. L'uccisione nella questura di Milano dell'anarchico Pinelli, assieme a Valpreda accusato innocente della bomba fascista di Piazza Fontana, aprì la via ad una lunga trama di stragi, insabbiamenti e depistaggi di stato.

Il potere in Italia ha sempre fatto leva sui fascisti, li ha fatti crescere e usati quando voleva diventare più autoritario, li ha colpiti quando voleva mostrarsi più democratico. I mass media che indirizzano l'opinione pubblica verso i migranti, quando viene sfasciato lo stato sociale e dilagano disoccupazione e povertà, rinverdiscono quella caccia alle streghe che anche altre volte hanno scatenato. Non a caso oggi è stata creata la categoria dell'insicurezza "percepita", quando tutti i dati statistici mostrano come delitti tremendi come quello di Macerata non possono portare ad alcuna generalizzazione,  anzi negano che la popolazione italiana sia oggetto di un'aggressione criminale generalizzata da parte dei migranti.

Non ci sono italiani che non trovano lavoro perché glielo hanno rubato i migranti, mentre tanti sono in mezzo ad una strada perché le multinazionali chiudono e migrano indisturbate a saccheggiare altrove. La popolazione residente sta calando, perché sono più gli italiani che emigrano perché non trovano un lavoro decente, rispetto a coloro che vengono qui e che diventano schiavi sfruttati, da italiani naturalmente. Si dovrebbero combattere la disoccupazione, il degrado e lo sfruttamento del lavoro. Ma i razzisti parlano di sostituzione etnica addossando agli schiavi la colpa della schiavitù. Nulla di tutto ciò che è diventato senso comune è vero, ma è percepito così. Percepito come? Attraverso i mass media.

È il liberismo capitalista che ha fatto rinascere in Italia ed in Europa il fascismo. Anche questa non è una novità, dopo la crisi del 1929 i governi democratici tedeschi adottarono la politica dell'austerità e del rigore di bilancio e un insignificante gruppuscolo fascista sbeffeggiato da tutti conquistò il potere. Dopo la guerra lo stato sociale fu edificato come compromesso tra le classi, ma anche come garanzia di democrazia. La nostra Costituzione è antifascista perché promuove lo stato sociale contro la ferocia del mercato; ed è per i diritti sociali e del lavoro perché è antifascista. Decenni di politiche di smantellamento di quei diritti, nel nome dell'Europa e della globalizzazione, hanno divelto le basi materiali dell'antifascismo e fatto risorgere i mostri.

È per questo che il mondo PD non usa la parola fascismo, ma condanna genericamente e ipocritamente l'odio. Meglio condannare moralisticamente un sentimento, che dover riconoscere i frutti marci della propria politica. E il M5S, che pure non è responsabile delle politiche economiche di questi anni, adotta ora lo stesso linguaggio del PD, evidentemente pensando che nessun partito che voglia governare, possa usare parole sconvenienti come fascismo e razzismo. Così da un lato ci sono quelli che raccomandano di stare buoni, dall'altro coloro che giustificano il killer di Macerata. La dialettica politica ufficiale è tutta qui.

Certo i gruppuscoli fascisti non prenderanno mai il potere. Quando ci provarono nel 1970 con Junio Valerio Borghese, i loro protettori della Nato li convinsero a fermarsi e ad uscire dai ministeri dove erano entrati. I fascisti oggi non devono prendere il potere, ma aiutare il potere a fascistizzarsi. Cosa che sta facendo benissimo, basti pensare alle leggi di polizia di Minniti. Il potere, italiano e UE, per continuare con le politiche liberiste di devastazione sociale, deve imporre un sistema sempre più autoritario ed intollerante. Se gli sfrattati si organizzano, lottano, magari contrastano la polizia che li vuole sbattere fuori di casa, allora questa è inaccettabile violenza degli antagonisti e dei centri sociali. Invece se un fascista spara nel mucchio ai neri, questo è disagio sociale. Se i poveri si ribellano vengono repressi, perché per il palazzo i poveri devono solo odiarsi tra loro. D'altra parte come farebbe il 10%, che diviene sempre più ricco impoverendo il restante 90, come farebbe a comandare e a distogliere da sé l'indignazione popolare, se non volgendola verso i migranti oggi, domani verso chissà chi. A questo servono i fascisti.

Non facciamoci illusioni, il guasto oramai è profondo. Anni ed anni di politiche liberiste e di diseguaglianza sociale, la resa della sinistra di governo al mercato, hanno diffuso una mentalità reazionaria di massa. L'antifascismo non deve solo essere affermato, ma ricostruito. Non sarà semplice, ma soprattutto non sarà possibile se l'antifascismo non si rivolgerà contro il feroce potere degli affari che ci governa. Bisogna lottare duramente sia contro le politiche di austerità liberiste, sia contro il risorgere del fascismo, chiamando ogni cosa con il suo nome, senza reticenze e senza paura. Ci vuole un antifascismo sociale, quello che ha scritto la nostra Costituzione, finora ignorata e violata da tutti coloro che hanno governato.

di Giorgio Cremaschi
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mercoledì 7 febbraio 2018

0 Fascismo e razzismo: sul Guardian l'emergenza che in Italia molti negano.

Il The Guardian, in un articolo, spiega l'ascesa dei movimenti di estrema destra in Italia e come negli ultimi anni hanno guadagnato sempre maggiore consenso.


Sul The Guardian appare un articolo che descrive, con riferimento ai fatti degli ultimi giorni, l'ascesa preoccupante dei movimenti fascisti in Italia. Riportando i dati del sito antifascista Infoantifa Ecn, il giornale inglese parla di 142 attacchi di natura neofascista accaduti in Italia dal 2014 a oggi, attacchi di cui quello di Luca Traini è solo l'ultimo esempio.

Ma non si ferma qui: l'articolo descrive bene il silenzio delle istituzioni, che hanno mancato di rispondere alle sollecitazioni di Carla Nespolo, presidente dell'Anpi, per bloccare la partecipazione di partiti di chiara ispirazione fascista alle prossime elezioni del 4 marzo. Nonostante ciò, Simone Di Stefano, leader di CasaPound, è un candidato premier, e come fa notare il Guardian a beneficio del lettori non italiani, CasaPound e Forza Nuova non fanno nulla per mascherare le loro inclinazioni di ultradestra: svastiche,  saluti romani e simboli del nazifascismo sono sbandierati con un'intollerabile nonchalance ad ogni loro manifestazione, in un paese che, almeno a quanto afferma la Costituzione, "vieta la ricostituzione, in qualsiasi forma, del disciolto partito fascista". 

Il Guardian cita anche i numeri: alla sua fondazione, nel 2001, Forza Nuova contava non pià di 1.500 membri; in 17 anni, le cose sono molto cambiate e oggi gli iscritti sono 13.000 con 241.000 follower sulla pagina Facebook del partito, 20.000 in più rispetto al Pd. 

"Le fake news hanno giocato un ruolo fondamentale nella propaganda dell'estrema destra, ha detto al Guardian Francesco Pira, professore di sociologia della comunicazione all'Università di Messina; "Non c'è nessun tipo di vigilanza e il problema non riguarda solo le fake news, ma anche l'utilizzo delle parole come 'clandestino', ormai diventato sinonimo di 'migrante', creando un unione semantica tra gli immigrati in cerca di asilo e i criminali". 

L'articolo chiude con un riferimento al film di Luca Miniero, Sono Tornato, che immagina un ritorno di Mussolini in Italia: "a differenza dei tedeschi" ha detto Miniero, "gli italiani non hanno mai voluto fare i conti con il loro passato di dittatura. Mussolini non è mai stato rimosso e quello che sta succedendo in questo momento nel paese mi fa pensare che se tornasse davvero, non avrebbe difficoltà a vincere le elezioni".
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0 One Love | Playing For Change | Song Around The World

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lunedì 5 febbraio 2018

0 Lo sciopero elettorale

Con sadica gioia e nazionale fierezza, non vedo l’ora che fra qualche giorno si apra il periodo elettorale. Si può persino affermare che lo sia già, che lo è sempre stato e che, visti i nostri costumi parlamentari e i nostri gusti politici, che sono quelli di disprezzarci gli uni con gli altri, questo non modificherà nulla delle nostre abitudini e dei nostri piaceri. Ma ciò che è impossibile prevedere è la sua fine, e se mai avrà una fine.

Dio non voglia!

Non si potrà più fare un passo per strada senza essere sollecitati, adescati, entusiasmati da forti e diverse distrazioni, in cui il piacere degli occhi si mescolerà alle gioie dello spirito, senza veder stagliarsi l’infinita idiozia, l’infinita stoltezza della politica sui muri, sui tronchi d’albero, sui pali indicatori. Ogni casa sarà trasformata in sezione; in ogni pubblica piazza ci saranno raduni urlanti; dall’alto di ogni pulpito, bizzarri personaggi vomitati da chissà quali misteriose casseforti, strappati all’appiccicosa oscurità di chissà quale caverna giornalistica, gesticoleranno, sbraiteranno, abbaieranno e, con gli occhi iniettati di sangue, la bocca schiumante, ci prometteranno la felicità. Da Aosta a Lecce, da Bolzano a Ragusa, per renderci felici tutti si accuseranno di furto, di truffa, di assassinio; si rinfacceranno a vicenda l’incesto, lo spionaggio, il tradimento, l’adulterio; sbandiereranno conti bancari, bilanci di partito, lenzuola da letto. L’Italia intera diventerà un’immensa latrina in cui ignobili ventri riverseranno pubblicamente il flusso pestilenziale delle loro deiezioni. Si camminerà nella spazzatura, immersi fino al collo. E ci rallegreremo di questa posizione.

Sì! Che popolo meraviglioso siamo!

Se c’è una cosa che mi meraviglia prodigiosamente è che alle soglie del terzo millennio, dopo essere passati attraverso innumerevoli esperienze, dopo aver assistito a scandali quotidiani, possa ancora esistere nel nostro Bel Paese un elettore, un solo elettore, questo animale irrazionale, inorganico, allucinante, che consenta di distogliersi dalle sue faccende, dai suoi sogni, dai suoi piaceri, per votare in favore di qualcuno o qualcosa. Se ci riflettiamo un solo istante, questo sorprendente fenomeno non è fatto per sconcertare le più sottili filosofie e confondere la ragione? Dov’è il pensatore che ci darà la fisiologia dell’elettore moderno? Dov’è lo scienziato che ci spiegherà l’anatomia e la mentalità di questo incurabile demente?

Li aspettiamo.

Io capisco che un truffatore trovi sempre degli azionisti, la Chiesa dei fedeli, la censura dei difensori, la televisione degli spettatori; capisco che un semianalfabeta si ostini a cercar rime; capisco tutto. Ma che un Deputato, o un Senatore, uno qualsiasi di quegli strani buffoni che reclamano di possedere una qualsivoglia funzione elettiva, trovi un elettore, ossia l’essere inimmaginabile, il martire improbabile che lo nutra col suo pane, lo vesta con la sua lana, lo ingrassi con la sua carne, lo arricchisca col suo denaro, con la sola prospettiva di avere in cambio di queste prodigalità delle randellate sulla nuca, dei calci nel deretano, quando non delle fucilate nel petto — in verità, ciò supera la visione già molto pessimista che m’ero fatto sin qui della stoltezza umana.

Ben inteso, sto parlando dell’elettore accorto, convinto, dell’elettore teorico, di colui che pensa — povero diavolo! — di compiere un atto da libero cittadino, di ostentare la sua sovranità, di esprimere le sue opinioni, di imporre (o ammirevole e sconcertante follia!) dei programmi politici e delle rivendicazioni sociali. Non parlo certo dell’elettore che «se ne intende» e che se ne fa beffe, di chi nei «risultati della sua onnipotenza» vede solo una indigestione nella pizzicheria reazionaria, o una baldoria al vino progressista. È nel vero, perché solo questo gli interessa e se ne frega del resto. Sa quello che fa.

Ma gli altri?

Ah! Sì, gli altri! I seri, austeri, i popolo sovrano, quelli che si sentono invadere dall’ebbrezza quando si guardano e si dicono: «io sono elettore! Niente si può fare senza di me. Io sono la base della società moderna. Grazie alla mia volontà, Tizio fa leggi a cui sono sottoposti milioni di esseri umani, e Caio pure, e Sempronio anche». Come possono ancora esistere simili campioni? Per quanto testardi, orgogliosi, paradossali, com’è possibile che dopo tutto questo tempo non siano ancora scoraggiati e vergognosi delle loro attività? Com’è possibile che da qualche parte — persino nelle lande più desolate della Padania, o nelle più inaccessibili caverne dell’Aspromonte — si incontri un brav’uomo così stupido, così irragionevole, così cieco a quanto si vede, così sordo a quel che si dice, da poter votare verde, bianco o rosso, senza essere costretto da qualcuno, senza essere pagato per farlo?

A quale strano sentimento, a quale misteriosa suggestione può obbedire questo bipede pensante, dotato di una volontà (perlomeno presunta) e che, fiero del suo diritto, sicuro di aver adempiuto a un dovere, se ne va a deporre una scheda in una qualunque urna elettorale? Dentro di sé, deve pur dirsi qualcosa che giustifichi o che almeno spieghi il suo atto stravagante. Che cosa spera? Perché infine, per acconsentire a donarsi a padroni avidi che lo derubano e lo accoppano, è necessario che egli si dica e che speri in qualcosa di straordinario che noi non supponiamo. È necessario che, grazie a potenti deviazioni cerebrali, le idee del deputato corrispondano per lui a idee di scienza, di giustizia, di lavoro e di probità. È necessario che egli scopra una magia speciale nei soli nomi di Bersani e Berlusconi, non meno che in quelli di Monti e Vendola, e che attraverso un miraggio veda fiorire e schiudere in Casini e Grillo delle promesse di futura felicità e di sollievo immediato.

E questo è veramente spaventoso. Niente gli funge da lezione, né le commedie più burlesche, né le tragedie più sinistre.

Ebbene, nel corso dei secoli in cui il mondo dura, in cui le società si svolgono e si succedono, simili le une alle altre, un fatto unico domina tutte le storie: la protezione per i grandi, l’oppressione per i piccoli. Non riesce a capire che ha una sola storica ragione d’essere: pagare per un mucchio di cose di cui non godrà mai e morire per combinazioni politiche che non lo riguardano affatto.

Che gli importa se è Tizio o Caio a pretendere denaro e prendergli la vita, dal momento che è obbligato comunque a privarsi dell’uno e a dare l’altra? Ebbene no! Tra i suoi ladri e i suoi carnefici, ha delle preferenze e vota per i più rapaci e i più feroci. Egli ha votato ieri, voterà domani, voterà sempre. Le pecore vanno al mattatoio. Non dicono niente, loro, e non sperano niente. Ma per lo meno non votano per il macellaio che le ucciderà, né per il padrone che se le mangerà. Più bestia delle bestie, più pecora delle pecore, l’elettore elegge il suo boia e sceglie il suo padrone. Ha fatto delle Rivoluzioni per conquistare questo diritto.

O buon elettore, indescrivibile imbecille, povero diavolo, se invece di lasciarti prendere dagli assurdi ritornelli che ogni mattina ti spacciano per due soldi giornali grandi e piccoli, azzurri o neri, bianchi o rossi, e che sono pagati per avere la tua pelle; se invece di credere alle chimeriche adulazioni con cui si accarezza la tua vanità, con cui si circonda la tua penosa sovranità inginocchiata; se invece di fermarti, eterno curioso, davanti alle pesanti frodi dei programmi; se leggessi di tanto in tanto qualche filosofo del passato che la sapeva lunga sui tuoi padroni e su di te, forse impareresti qualcosa di sorprendente e utile. Forse, dopo averlo letto, avresti meno fretta di indossare la tua aria greve e il tuo bel cappotto per correre poi alle urne omicide dove, qualsiasi nome metterai, indicherai il nome del tuo più mortale nemico. Da vero conoscitore dell’umanità, ti svelerà che la politica è un’abominevole menzogna, dove tutto è il contrario del buon gusto, della bellezza e dell’etica.

Se vuoi, sogna pure paradisi di luci e di profumi, di fratellanze impossibili, di felicità irreali. È bello sognare, attenua la sofferenza. Ma non mescolare mai l’uomo al tuo sogno, perché dove c’è l’uomo, là ci sono il dolore, l’odio e l’omicidio. Ricordati soprattutto che l’uomo che sollecita i tuoi suffragi è di per sé un disonesto, perché in cambio della situazione e della fortuna verso cui lo spingi, ti promette un mucchio di cose meravigliose che non ti darà e che del resto non ha il potere di darti. L’uomo che eleggi non rappresenta né la tua miseria, né le tue aspirazioni, né qualcosa di te; rappresenta solo i suoi interessi, che sono opposti ai tuoi. Per confortarti e rinvigorire dalle speranze che saranno presto deluse, non pensare che il penoso spettacolo a cui assisti oggi sia caratteristico di un’epoca o di un regime, e che passerà. Tutte le epoche si equivalgono, e anche tutti i regimi, cioè non valgono niente. Quindi torna a casa, brav’uomo, e fai lo sciopero elettorale. Non hai nulla da perderci, te lo assicuro; e ti potrai divertire per un po’. Sulla soglia di casa, sbarrata ai postulanti dell’elemosina politica, guarderai sfilare la bagarre.

E seppur in un angolo sconosciuto esistesse un onest’uomo capace di governarti e di accudirti, non rimpiangerlo. Sarebbe troppo geloso della sua dignità per mescolarsi alla lotta fangosa dei partiti, troppo fiero per ricevere da te un mandato che accordi solo al cinismo, al malaffare e alla menzogna. Te l’ho detto, brav’uomo, tornatene a casa a scioperare.
fonte:finimondo
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venerdì 2 febbraio 2018

0 Firenze: L’infamia della morte per sfratto, lo scandalo della vita in rivolta

Arriva lo sfratto. La polizia sfonda la porta ma trova un uomo morto. Si è impiccato a 60 anni, nel giorno in cui avrebbe dovuto la lasciare la sua casa.
Sulle pagine on-line della stampa ci si limita a ripubblicare le poche righe d’agenzia. Tutte uguali. È un fatto di cronaca come gli altri, una “tragedia”. Come se non si trattasse dell’ennesimo morto da aggiungere al bollettino di guerra che in 10 anni di crisi economica non ha mai smesso di aggiornarsi di suicidi. Eppure dalla “politica” non arriva nessun commento. Non c’è scandalo all’idea che un uomo di 60 anni arrivi a pagare con la vita la colpa della propria insolvenza, per qualche rata di condominio saltata. Per lui nessun Assessore scomoda il proprio ufficio stampa: nessuna nota, nessun comunicato. Imbarazzo.
In effetti, davanti a un morto suicida è difficile ripetere quello che si è abituati a ripetere ai vivi: “se sei sotto sfratto, è colpa tua”, “se sei povero, è colpa tua”, “se non trovi un lavoro, è colpa tua”, “se non riesci a mantenere la tua famiglia, è colpa tua”. La colpa non è mai delle istituzioni che tagliano welfare e diritti, non è mai dei proprietari che impongono affitti esorbitanti, non è mai del padrone che ti spreme e poi ti licenzia. E’ sempre colpa tua: è sempre questo in fin dei conti anche il senso dei tanti discorsi propinati agli utenti dei vari Servizi Sociali di tutto il paese.
La colpevolizzazione della povertà è concepita con due funzioni: la prima è quella di assolvere le istituzioni e l’ordine sociale da ogni responsabilità circa le sofferenze che milioni di persone sono costrette a subire, in solitudine, nel paese; l’altra è quella di ribaltare il piano e utilizzare queste stesse sofferenze per costruire nei poveri-utenti nuovi livelli di accettazione e disponibilità. In altre parole: chi si rivolge alle istituzioni per avere – dopo una vita passata a pagare tasse e contributi – si ritrova in un attimo nella posizione di dover dare, ancora e di più di prima. Chiedi un contributo economico per poter mettere insieme il pranzo con la cena? Ti viene chiesto di andare a lavorare sottopagato con una borsa-lavoro o un tirocinio. Hai bisogno di una casa a causa dello sfratto che incombe? Si esige la tua disponibilità ad essere inserito nei “progetti di accoglienza” (donne e bambini in strutture indecenti, uomini in strada… invogliati così a cercarsi un lavoro).
Sostanzialmente ad essere richiesta è la disponibilità ad espiare le proprie colpe: quella di non essere stato un buon genitore, un buon lavoratore, un buon amministratore del proprio reddito. L’obiettivo, certo, non è quello di indurre al suicidio, ma in questo quadro il suicidio non solo è un incidente di percorso possibile ma anche il problema minore. Tu muori, ma il problema peggiore per loro è evitato.
Il vero problema per loro è chi lotta. Una scelta che in tutto il paese, da anni, da vita a centinaia di picchetti antisfratto in tutto il paese da Cagliari a Bologna, occupazioni di alloggi delle banche come successo poche settimane fa nella stessa Firenze, proteste agli uffici pubblici come due giorni fa a Torino contro l’infamia degli sfratti a sorpresa, protesta contro gli sgomberi chiamando in causa le istituzioni come nel caso delle case popolari di Quarticciolo a Roma questa settimana. Lotta per la casa, per la vita, per la dignità.
Solo qualche giorno fa l’Assessore Funaro nella stessa città di Firenze definiva “ignobili” le iniziative di lotta degli inquilini che si ritrovano sotto sfratto. Proseguiva poi accusandoli di “fare politica”. È questo per loro il vero scandalo. E’ qui sintetizzato il loro terrore. Ed è qui l’unica possibilità per noi di uscire dalla sofferenza, dalla solitudine, dalla rassegnazione.
Umiliazioni, ricatti e vere e proprie torture psicologiche (come l’art.610 che dispone lo sfratto “a sorpresa” degli inquilini) sono ciò che le istituzioni offrono a chi si ritrova oggi a subire la crisi al punto di perdere il tetto sopra la testa. Unirsi, organizzarsi, riscoprirsi capaci di essere noi una minaccia per loro: è questo il primo rimedio alla disperazione, il primo passo verso il riscatto.
 da InfoAut

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